Burnout da quarantena

Abbiamo fatto cose.

Oltre un mese di quarantena.
Abbiamo cucinato. Sistemato casa. Abbiamo fatto lo scrub e cucinato ancora. Ci siamo allenati. E allenati ancora. Abbiamo ancora cucinato. Abbiamo dormito tanto recuperando la stanchezza accumulata e suddiviso la giornata in modo da mantenere l’ordine e la sensazione di non sprecare tempo, soprattutto avendo in casa dei bambini. Ci siamo improvvisati insegnanti, aperto account su zoom, edmodo, skype, houseparty e su ogni piattaforma possibile. Abbiamo lavorato, chiacchierato, cenato, pianto, riso e fatto aperitivi in call conference. Ci siamo allenati davanti a youtube o in diretta instagram. Abbiamo d nuovo cucinato. Ci siamo interrogati sul senso della vita, del tempo, dell’amore, delle persone, del lavoro. Qualcuno ha fatto anche il cambio stagione in anticipo. Abbiamo di nuovo cucinato. Ci siamo messi con il nostro compagno (o la nostra compagna) sul divano a guardare un film. Abbiamo fatto lezione di inglese o di qualsiasi altra lingua avessimo in progetto di imparare. Abbiamo riparato case, giardini, indumenti. Abbiamo fatto giardinaggio. Fosse anche la cura di un piccolo cactus nano. Abbiamo creato creme fai da te. Abbiamo apparecchiato la tavola sempre. E abbiamo ancora, convulsamente, cucinato.

Ci siamo prodigati per gli altri sui social, dai balconi, nel silenzio delle nostre case, dal frastuono dei nostri balconi. Abbiamo provato a trasformarci in persone migliori di come siamo sempre stati perché finalmente sembrava esserci il tempo per farlo.

E improvvisamente. Chi prima e chi dopo, è arrivato. Il Burnout.

La testa ha fatto boom. E dietro di lei ogni buon proposito.

Le giornate sono diventate un incubo di cose da fare senza che ci fosse un effettivo sfogo o distrazione. Le chat di gruppo un delirio di linee che cadono, persone che non vengono visualizzate in dispositivi troppo pieni di partecipanti. La preparazione fisica non è sufficiente perché il limite di farla senza un contorno adeguato si fa sentire. L’introspezione ha un po’ stancato. La mancanza di certezza sulla fine di tutto questo è un macigno sulla testa e sul cuore. Una domanda… ma voi dormite? Io la notte non dormo più.

La scuola online è un lavoro a tempo pieno. L’impossibilità di staccare da giornate quasi tutte uguali fa impazzire. I rapporti fra gli adulti si riempiono di silenzio o di tensione. Non c’è il rifugio della lontananza fisica. Stare sempre insieme non è sano né naturale. Abbiamo bisogno di diversità, di stimoli, di aria, di leggerezza. Dentro casa è sempre tutto lì, tutto da fare, senza il diritto di scordarsi nulla… il peso di quello che va fatto e il peso di quello che credi di avere il tempo di fare e invece non riesci. Troppe cose, tutte insieme, tutte con la stessa modalità. Stiamo chiedendo forse troppo a noi stessi nel disperato tentativo di trasformare una totale anormalità in normalità.

Dovremmo smettere di ottimizzare in tutti i modi.

Barattolo della calma fatto per me da mia figlia.

Dovremmo fermarci un po’ sul serio e invece stiamo in modo incredibile portando il modo di vivere convulso di qualche settimana fa dentro una nuova realtà. Quella virtuale. Senza avere lo sfogo che troviamo in mille piccoli modi nella vita a contatto con le persone, fuori di casa, fuori dall’ufficio o dal posto di lavoro, lontani dai figli, dall’amore, dai dispositivi elettronici.

Burnout.

Come contrastarlo? Trovando anche in questa modalità lo spazio per non fare. Proprio così. Abbiamo bisogno, ogni tanto, di non fare, Nulla. Il problema è che quando per paura di perdere tempo proviamo a dare senso e valore a tutto. Rischiamo di non dare valore a niente.

Ora torno a fare mille milioni di cose.

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